
Peschiera, la fortezza che ha ancora tante storie da raccontare
Tra bastioni, vecchie barche da pesca e fotografie che attraversano il tempo: un altro modo di conoscere Peschiera durante San Martino.
Leggi la storia →Da Wendy ai pescatori, dalle cucine alle cantine, dai ricordi di una festa a quelli di una vita. Quindici storie che sembravano non avere niente in comune. E invece...

Tutto è cominciato da Wendy. Sì, proprio lei, la mia Wendy. E se adesso vi state domandando chi sia, mi dispiace, ma non ve lo racconto qui. Se volete scoprirlo, dovete comprare un mio libro. Lo so, non è molto elegante approfittare della vostra curiosità per vendere un libro, ma ogni tanto lasciatemi fare anche il commerciante! E poi, credetemi, Wendy merita di essere conosciuta.
E già questo, a pensarci bene, avrebbe dovuto mettermi sull’avviso. Perché quando qualcuno ti propone di raccontare una festa normalmente ti aspetti qualche appuntamento, un programma, due fotografie e magari una chiacchierata per capire cosa succederà. Invece, da quella prima domanda, «Massimo, andiamo a San Martino?», si è aperta una strada che ha cominciato a prendere direzioni tutte sue.
Il programma, naturalmente, parlava di San Martino. E San Martino non è soltanto una data sul calendario o un’occasione per ritrovarsi in piazza. Prima ancora della festa c’è la storia di un mantello diviso in due, di un uomo che vede un altro uomo e non tira dritto. Una storia talmente semplice da essere quasi disarmante. Eppure continuiamo a raccontarla dopo secoli. Forse perché condividere qualcosa, quando lo si fa davvero, non passa mai di moda.

Poi arriva la Fé San Martìn, quella che sa di paese, di voci, di gente che si riconosce anche dopo mesi. Una festa può sembrare una serie di appuntamenti messi in fila; a me interessano soprattutto quelli che li fanno vivere. C’è chi prepara, chi cucina, chi sistema, chi accoglie e chi, alla fine della giornata, resta a rimettere tutto a posto. Sono le persone che difficilmente trovi scritte in grande sui manifesti.
Ed è lì che Peschiera comincia ad aprirsi. La puoi guardare da fuori, bella e ordinata nelle fotografie, oppure provare ad ascoltarla. Perfino il gesto di remare diventa racconto: il ritmo di chi conosce l’acqua, la fatica che non ha bisogno di grandi discorsi, la tradizione che continua perché qualcuno la pratica e la insegna. Ci sono cose che non puoi capire soltanto guardando un programma.
E parlando d’acqua, come fai a non arrivare alla Peschiera che viveva della pesca? Il lago non è sempre stato soltanto un panorama da fotografare o uno sfondo per le vacanze. Ha dato da vivere, ha richiesto sacrifici, ha segnato le giornate e le stagioni. Le reti, le barche, i mestieri e le persone raccontano un rapporto con l’acqua che merita qualcosa di più di uno sguardo distratto.
Quel mondo torna concreto nel racconto di Marco Bertoni, pescatore alle Fornaci. Quando si parla con chi ha a che fare con il pesce del Garda, il lago smette di essere una cartolina e torna a essere lavoro. Sono storie che hanno odore, pazienza e mani occupate. E a me piacciono proprio per questo: non devono dimostrare niente, basta ascoltarle.
Anche la fortezza di Peschiera ha molto da dire. Le sue pietre hanno visto cambiare uomini, confini e abitudini. E quando alla storia militare si accostano un museo della pesca e le fotografie del passato, capisci che una città non è fatta di un solo racconto. Dentro le mura convivono memorie diverse: quelle dei grandi avvenimenti e quelle, apparentemente più piccole, di chi attraversava quelle stesse strade per lavorare e vivere.

Naturalmente, prima o poi, arriva la cucina. Anzi, arrivano le cucine di San Martino, al plurale, perché una piazza racconta tante tradizioni quanto sono le persone che la frequentano. Il cibo, quando è fatto con attenzione, non serve soltanto a riempire un piatto. Fa parlare, fa ricordare, fa discutere, qualche volta perfino litigare bonariamente su come si prepara una ricetta. E non sarebbe una festa vera se tutti fossero d’accordo.
È bastato seguire quel filo perché il riso ci riportasse ai fratelli Ferron, Diego e Alessio. La riseria è un mondo di acqua, campi, scelte e mestiere. Nel piatto arriva un ingrediente, ma dietro ci sono persone e lavoro. E questo, per me, conta molto di più dell’etichetta o della confezione. Non amo i prodotti che si mettono davanti alle persone: semmai è il contrario.
Da lì siamo finiti anche a Moniga, dove l’olio nuovo dell’Oleificio Tosoni mi ha riportato indietro nel tempo. Ci sono luoghi che restano dentro senza bisogno di grandi spiegazioni. Un olivo, una strada, un odore: qualche volta sono sufficienti a farti ritrovare un pezzo della tua storia. L’olio, poi, è una cosa seria. E proprio per questo non c’è bisogno di raccontarlo con parole gonfie: basta capire da dove viene, chi lo fa e con quale cura.

Restando su quelle colline è impossibile non pensare a Mattia Vezzola e al vino di una notte. Mi torna in mente la sua grande scrivania di legno, le carte che sposta e quella frase, detta quasi come fosse la cosa più normale del mondo, quando mi racconta che la condivide con Gherardo. Dentro quella scena c’è già una famiglia, un lavoro, un passaggio di responsabilità. Poi ci sono Nicole, gli studi, le esperienze fuori dalla cantina, le regole precise che Mattia ha voluto per i figli. Il vino viene dopo: prima c’è il carattere delle persone.
E quando parla del Chiaretto, del colore da controllare e di ciò che ha imparato in Champagne, mi accorgo ancora una volta che la tradizione non è stare fermi. È prendere ciò che ti hanno lasciato e avere abbastanza rispetto per provare a farlo meglio. Il cavallo in vigna, le provette, le sfumature che cambiano e il vino di una notte appartengono a un lavoro molto più lungo di una notte.

Poi ci sono Frank e le mani nella pasta. Mani che impastano, che ricordano, che trasformano ingredienti semplici in qualcosa che tiene insieme la terra e la tavola. È facile parlare di tradizione quando tutto è già apparecchiato; è più interessante vedere quanta esperienza serve per arrivare fin lì.
E ci sono Ariela Marini e i suoi cento bulbi di zafferano a Padenghe. Cento bulbi: non un numero scelto per impressionare, ma il punto da cui comincia un’avventura. Mi piace quell’idea di partire da qualcosa di piccolo, di metterci le mani e di vedere dove ti porta. Anche perché in un fiore così delicato ci sono un lavoro enorme e una pazienza che nessuna fotografia riesce a contenere per intero.
Tra un produttore e l’altro spunta anche Nunzio Ghiraldi, con il suo percorso dalla pianura alle colline. Mi piace pensare a quelle due strade non soltanto come a due luoghi geografici, ma come a modi diversi di arrivare allo stesso punto: il bisogno di fare le cose a modo proprio, assumendosi la responsabilità delle scelte. Certi incontri servono anche a ricordarti che non esiste un’unica strada dritta per tutti.
E poi la strada, che sembrava già abbastanza lunga, ci ha portati fino a Valeggio, Borghetto e il Nodo d’Amore. C’è un motivo se certe storie finiscono a tavola: a tavola siamo meno capaci di fingere. Ricordo i tortellini in brodo e quella vecchia, pesante tazza da brodo; e ricordo il Lambrusco secco mantovano, bevuto con la tazza rivolta verso il camino di famiglia per non disturbare gli altri commensali, come suggeriva il conte Giovanni Nuvoletti. Un piccolo rito, una memoria personale che torna senza chiedere permesso. Il bello dei racconti è anche questo: parti per scrivere di un posto e ti ritrovi a parlare di ciò che quel posto ha risvegliato in te.
A un certo punto ho smesso di chiedermi quale fosse il collegamento tra tutte queste storie. La risposta era già davanti agli occhi. Non erano le feste, le cantine, i ristoranti, il lago o il vino a tenerle insieme. Erano le persone. Quelle che custodiscono un mestiere, quelle che ne imparano uno nuovo, quelle che condividono un ricordo e quelle che, semplicemente, ti aprono una porta. Una storia si ascolta, si vive, si assaggia e qualche volta si canta. Ma soprattutto si incontra.
E adesso, Wendy, vorrei dirti una cosa. Non siamo ancora andati a vedere i Voltoni che bruciano. Non abbiamo ancora finito con San Martino, non abbiamo ancora assistito a quello spettacolo che ci ha messo in movimento, e tu mi stai già accennando che dovremmo andare a una fiera su un monte. Un monte, Wendy? Dopo tutta questa strada? Guarda che io vengo volentieri, mi conosci, ma spero proprio che tu non abbia intenzione di farmi scalare una montagna. Perché, a questo punto, mi sta venendo un sospetto: io pensavo che mi stessi invitando a raccontare una festa e tu, invece, forse avevi già deciso di portarmi in giro per mezza provincia. E sai qual è la cosa peggiore? Che probabilmente verrò anche alla fiera. Però facciamo un patto: se c’è da salire, almeno dimmi che lassù troveremo qualcosa da mangiare.
Massimo