A tavola con un pilone

Il rugby in Italia — Un gioco arrivato da fuori che ha imparato a mettere radici

Dal fango dei campi di base al rugby internazionale: cambiano strutture, velocità e pubblico, ma il gioco continua a vivere nei club e nelle persone che li tengono aperti.

01.08.2026 · versione 1
Il rugby in Italia — Un gioco arrivato da fuori che ha imparato a mettere radici

Per capire il rugby italiano conviene cominciare da un campo che non fa rumore. Una domenica di Serie C, magari con il fango vicino alla linea laterale, poche tribune e qualcuno che è arrivato prima di tutti per aprire il cancello. È da lì che vogliamo partire. Non perché il rugby importante stia soltanto in basso, ma perché dal basso si vede meglio tutto quello che serve per arrivare in alto.

Un gioco arrivato da fuori

Il rugby in Italia ha cominciato a mettere radici lentamente. Le cronache federali collocano nel 1910, a Torino, una delle prime partite giocate sul suolo italiano tra formazioni straniere; l’anno successivo scese in campo anche una formazione italiana. Nel 1928 nacque la Federazione Italiana Rugby e nel 1929 arrivarono il primo campionato nazionale e l’esordio della Nazionale.

Le date servono a mettere dei punti sulla carta. Ma una storia non cresce soltanto per date. Cresce quando un campo viene tracciato, quando qualcuno trova dieci ragazzi da allenare, quando un ex giocatore resta nel club, quando una famiglia accetta l’ennesima trasferta. Il rugby italiano si è costruito così: a macchie, per territori, attraverso comunità che in alcuni luoghi lo hanno fatto diventare parte del paesaggio.

Dalla Serie C, un gradino alla volta

Il viaggio di A tavola con un pilone segue proprio questa salita. Serie C, Serie B, Serie A, massima serie, rugby internazionale. Ogni gradino cambia qualcosa. Aumentano la velocità, la preparazione, il tempo richiesto, gli staff, il pubblico, le responsabilità. Cambia il modo di allenarsi e cambia perfino il silenzio prima di una partita.

Ma vogliamo guardare anche ciò che non cambia. La maglia sporca. Lo spogliatoio. L’avversario che serve perché la partita esista. Chi mette l’acqua a bordo campo. Chi guida il pulmino. Chi sistema le porte. Chi prepara da mangiare quando gli altri stanno ancora giocando.

Quando arrivano le luci

Nel 2000 l’Italia entrò nel Sei Nazioni. Fu un salto enorme di visibilità: televisioni, stadi, sponsor, pubblico, aspettative. Da quel momento moltissime persone incontrarono il rugby dalla parte alta della piramide.

Noi vogliamo fare il percorso contrario. Guardare quella luce, poi scendere lentamente e capire da cosa è alimentata. Perché una Nazionale non vive in un mondo separato dai club. Prima di un giocatore internazionale c’è stato un ragazzo che ha imparato a passare la palla, qualcuno che lo ha allenato, qualcuno che gli ha lavato una maglia, qualcuno che ha tenuto acceso il campo quando non c’erano telecamere.

Il pilone ci fa entrare

Per attraversare questi mondi abbiamo scelto un pilone. Non il giocatore della corsa elegante, ma quello che mette la testa dove arriva il peso. In campo protegge, sostiene, apre spazio. Nel nostro viaggio farà la stessa cosa: starà davanti e ci farà passare.

Ci interessa capire che cosa si perde e che cosa resiste mentre il livello sale. Se il rugby della Serie C riconosce ancora qualcosa di sé nel rugby internazionale. Se chi gioca davanti a migliaia di persone appartiene alla stessa storia di chi, la domenica sera, resta a spegnere le luci di una clubhouse.

Il tabellone racconta il risultato. Terre Narranti vuole seguire la palla quando esce dal campo. Molto spesso finisce su un tavolo. Ed è lì che il rugby, per noi, comincia a parlare davvero.