
Il borsello — Una storia porta alla successiva
Ci sono cose che incontri in viaggio e lasci dove le hai trovate. Altre finiscono nel borsello.
Leggi la storia →La Festa dell’Uva di Castelnuovo del Garda

La Festa dell’Uva di Castelnuovo del Garda viene da lontano, da quando settembre significava soprattutto vendemmia.
Vigne, cassette, mani al lavoro, cantine aperte e mosto.
Prima ancora di diventare una festa, era un momento dell’anno: quello in cui il lavoro della terra arrivava al suo risultato e diventava anche occasione per fermarsi e ritrovarsi.
Il paese nel frattempo è cambiato. Sono cambiate le strade, le case, il turismo, il modo di lavorare e probabilmente anche quello di vivere la vendemmia.
Ma la festa è rimasta e si è trasformata insieme a Castelnuovo.
L’uva le ha dato il nome. Le persone, anno dopo anno, le hanno dato tutto il resto.
Un calice, mille incontri.

Oggi entrare alla Festa dell’Uva significa trovarsi dentro un percorso di profumi, piatti, prodotti e persone.
Non sai bene da dove cominciare.
Da una parte qualcosa cuoce. Poco più avanti trovi un prodotto che non conosci. Poi un dolce, una bottiglia, una ricetta, un banco che racconta un paese diverso.
E poi gli stand delle cantine.
Un assaggio, due parole, un goto de vin dopo l’altro.
Non per fare classifiche, ma per continuare il giro e capire un altro pezzo del territorio.
Ogni stand ha qualcosa di suo da portare.
Non serve stabilire quale sia il migliore. Anzi, forse il bello sta proprio nel contrario: passare dall’uno all’altro senza una classifica, lasciandosi sorprendere.

Una specialità può raccontare un territorio.
Un vasetto può raccontare un produttore.
Alla Festa dell’Uva ho incontrato anche un pescatore che pesca a Peschiera. Ho assaggiato quello che prepara: vasetti da leccarsi i baffi.
Non vi dico altro. Presto sentirete la sua storia.
Un piatto può raccontare una casa.
E a volte una fotografia racconta semplicemente quello che ti sei fermato a guardare.
La Fogassa de Cavaion.

Fasoi in bogon.

Non sono fotografie messe lì per dimostrare qualcosa.
Sono pezzi di quello che ho incontrato camminando.
E qualche volta sono lì semplicemente perché mi piacevano.

Poi c’è la cucina.
Ma qui va detto meglio: c’è anche una cucina centrale, una delle macchine che tengono insieme il servizio della festa.
Pentole, piastre, preparazioni e persone che lavorano mentre fuori il paese mangia, beve e cammina tra gli stand.
Quando i numeri crescono, tutto deve funzionare con ritmo.
Ho assaggiato.
E si mangia bene.
Bene davvero.

Poi si torna agli stand.
Può capitare di incontrare un piatto che passa davanti a te, senza essere preparato per una fotografia.
Come questi.
Mi sono piaciuti.
Li ho fotografati.
Fine.
Anche questo è un pezzo della festa.

Così come lo è un cartello del broccoletto fritto pastellato o un panino visto passando davanti a uno stand.
Non tutto deve diventare una spiegazione.
Qualche volta basta guardare.

Poi ci sono quelli che, durante una festa così grande, si vedono poco ma contano molto.
Tra questi ci sono i volontari della Pro Loco, impegnati nella parte organizzativa.
Qualcuno gira con una radio. Una voce chiama, un’altra risponde.
C’è qualcosa da controllare, un punto da raggiungere, un problema da risolvere prima ancora che il pubblico si accorga che esiste.
È una parte quasi invisibile della festa. Ed è importante proprio per questo.
Quando un’organizzazione funziona bene, molte delle persone che la tengono in piedi quasi non si vedono.
Non serve trasformarle negli eroi della giornata. Ma ogni tanto è giusto spostare la luce dalla festa a chi permette alla festa di funzionare.
Poi possono tornare alla radio, a un tavolo da sistemare, a un problema da risolvere.
La festa continua.
Poi arriva la sera.
La piazza cambia faccia.
Si accendono le luci, i tavoli si riempiono e la musica non arriva da un solo punto: ci sono diversi spazi dove si suona e, camminando, si passa da una musica all’altra.
C’è chi è venuto per mangiare, chi per ascoltare musica, chi incontra qualcuno che conosce e chi è arrivato quasi per caso.
E lì forse si capisce davvero quello che è diventata la Festa dell’Uva.
L’uva resta il simbolo. Resta l’origine.
Ma intorno è cresciuta una grande voglia di stare insieme.
Quella vera. Un po’ rumorosa.
Con i bicchieri sul tavolo, le file davanti agli stand, la musica che arriva da più parti e il profumo di una cucina dall’altra.

Poi, in mezzo a tutto questo, un vecchio trattore.
E quella fotografia quasi non ha bisogno di una spiegazione.
Prima delle luci c’erano i campi.
Prima degli stand c’erano le vigne.
Prima della festa come la vediamo oggi c’era il lavoro.
Non serve avere nostalgia.
La festa è cambiata perché il paese è cambiato.
Ma è bello che, da qualche parte, resti ancora visibile il punto da cui si è partiti.

Le fotografie di questa storia non sono il catalogo della Festa dell’Uva.
E devo dire anche un’altra cosa: qualche fotografia manca semplicemente perché mi sono dimenticato di farla.
Preferisco entrare nella festa piuttosto che guardarla sempre attraverso uno schermo: un goto de vin, due chiacchiere, qualcosa da mangiare condiviso con Marcella e con gli amici.
A volte la macchina fotografica resta in tasca.
E va bene così.
Massimo è fatto così: vive intensamente quello che incontra e, ogni tanto, le fotografie se le dimentica. Avrò bisogno di un fotografo al seguito? Chissà. Vedremo.
Sono quello che ho visto. Quello che mi ha incuriosito. Quello davanti al quale mi sono fermato.
E qualche volta quello che semplicemente mi è piaciuto fotografare.
Per questo alcuni stand ci sono e altri no. Alcune associazioni compaiono e altre restano fuori.
Non significa che qualcuno fosse più importante di qualcun altro.
Significa soltanto che un racconto è fatto di scelte, incontri e piccoli pezzi di strada.
A tutti gli stand, alle associazioni, ai gruppi, ai volontari e alle persone che non sono finite nelle immagini va il mio grazie.
Per quello che avete fatto durante la Festa dell’Uva.
E per quello che fate durante tutto l’anno, anche quando non c’è una festa, una macchina fotografica o qualcuno che scrive.
Ho cercato di raccontare uno scorcio.
Non un inventario.
Qualcuno è rimasto fuori dalla fotografia.
Non dal grazie.