La gara che quasi si dimenticò di essere una gara
Festival dei Risotti, Castelnuovo del Garda. Quattro gruppi, quattro risotti, duecento persone e un pomeriggio in cui vincere contava. Ma stare insieme, forse, contava un po’ di più.

Sono più o meno le tre del pomeriggio quando comincia tutto.
Prima che la gara entri davvero nel vivo, i Fanti si mettono in fila davanti alla loro postazione. Una foto di gruppo, ancora qualche sorriso, poi ciascuno torna al proprio posto: tra poco non ci sarà più molto tempo per stare fermi.

La cena è alle sette e mezza. Il primo risotto uscirà più tardi. Un risotto, alla fine, cuoce in una ventina di minuti. Ma prima di quei venti minuti ci sono ore.
C’è il brodo da mettere sul fuoco. C’è chi taglia lo scalogno, chi prepara gli ingredienti, chi controlla le pentole, chi sistema i tavoli e chi cerca qualcosa che era sicuro di avere portato.
E naturalmente qualcosa manca. Un mestolo grande. «Ce l’avete voi?» È due postazioni più avanti. Si va a prenderlo. Poi serve una pentola. Stessa storia. La prendi, la usi, la riporti. E dopo un po’ smetti quasi di capire dove finisca una squadra e cominci quella accanto.
Cinque ore per venti minuti
Prima di cominciare c’è il briefing. Gli orari sono precisi. A quell’ora devi partire. A quell’altra devi essere pronto. Bisogna calcolare i tempi, pensare al servizio, ricordarsi che duecento persone aspettano.
Per qualche minuto sembra una faccenda tremendamente seria. Poi qualcuno dice: «Non preoccuparti, il tempo lo tengo io.»
E cambia tutto. La tensione non sparisce, perché il risotto bisogna comunque farlo bene. Ma diventa un’altra cosa. Un incalzare gioioso.

Uno finisce quello che deve fare e va a vedere cosa succede dall’altra parte. Qualcuno mescola. Qualcuno assaggia. Qualcuno passa soltanto per dire una stupidaggine e dieci minuti dopo è ancora lì a parlare.
Se una squadra ha bisogno di qualcosa, chiede. Se l’altra ce l’ha, gliela dà. Semplice.
Un goto de vin
Poi comincia a uscire il resto. Una bottiglia di vino. Poi un’altra. Pane. Salame già tagliato, appoggiato su un vassoio. Il vassoio comincia a girare e dopo un po’ non sai nemmeno più da quale tavolo sia partito.
Da un’altra postazione arrivano bruschette e salse. Dai Piassarotti si preparano anche i cocktail. C’è un Americano e ce ne sono altri. Poi arrivano gli arrosticini. Di carne. Anche di pesce. Da qualche parte salta fuori perfino mezza bottiglia di birra.
Nessuno presenta niente. Nessuno dice: «Questo è nostro». C’è. Si passa. Si mangia. Si beve.

Non siamo a una degustazione con il calice perfetto e qualcuno che ti spiega cosa devi sentire. Qui va benissimo anche il bicchiere di plastica. È un goto de vin. Uno. Poi magari un altro. Una parola. Una risata. E di nuovo verso la pentola.
Per chi vive queste associazioni sarà persino normale. Per chi arriva da fuori, un po’ meno. Perché sono quattro gruppi che dovrebbero battere gli altri tre. E invece si prestano gli attrezzi, si danno una mano, si prendono in giro, bevono insieme, passano da una postazione all’altra. C’è perfino chi compra la maglietta della squadra avversaria.
Poi entra il riso
A un certo punto, però, bisogna cucinare davvero. Il ritmo cambia. Le chiacchiere continuano, ma le mani fanno altro. Il brodo è pronto. Le pentole sono calde. Il riso entra.

Il primo gioca con limone del Garda, Grana e pancetta croccante. Un altro mette insieme pollo, salsa teriaki, crema di zucca e cipolla croccante. Poi zafferano e mazzancolle al Custoza. E infine crema di burrata, basilico e melanzane fritte.
Quattro piatti molto diversi. Quattro modi diversi di entrare nella gara. E adesso sì, qualcuno dovrà anche scegliere.
Duecento persone
I posti sono duecento. Cinquanta per ogni gruppo. Amici. Famiglie. Persone delle associazioni. Gente del paese. Persone che hanno comprato il proprio posto attraverso qualcuno che conoscono. Alla fine ci si conosce quasi tutti.

Quando il servizio è terminato, nessuno resta chiuso nella propria postazione. Si gira tra i tavoli. Si chiede: «Com’era?» Si ascolta un commento. Si salutano amici. Si parla con chi ha mangiato. Si va a vedere cosa hanno fatto gli altri.
Castelnuovo, in fondo, è anche questo. Un paese con tante associazioni e tanta gente che ha ancora voglia di fare cose insieme. Si chiude una festa e poco dopo ne comincia un’altra. Dopo il Festival dei Risotti, pochi giorni più tardi, il paese è già pronto per la Festa dell’Uva.
Non serve chiamarla “comunità” ogni tre righe. Basta guardarla.
Poi chiamano al microfono
Alla fine arriva la premiazione. Le squadre vengono chiamate davanti. Qualcuno starebbe volentieri un passo indietro. Ma gli altri lo spingono avanti. Bisogna esserci tutti.

Tutte le squadre ricevono un riconoscimento: un tagliere con degli utensili. Poi arrivano i due risultati principali.
La giuria popolare sceglie i Piassarotti. E il premio è difficile da non vedere: un grande cucchiaio di legno, lavorato, fatto proprio per quei pentoloni nei quali il riso va mosso, girato, menato.

La giuria tecnica premia invece il Circolo NOI.

Per loro la storia continuerà anche nella gara di Cavaion dell’anno successivo.
Ma il momento più bello forse non è scritto su nessuna targa. È quello che non succede. Niente musi lunghi. Niente facce da «dovevo vincere io». Niente gelo tra le squadre.
Hai vinto tu? Bravo. Applausi. Foto. Battute. Si continua.

Il telefono rimasto in tasca
Durante il pomeriggio è successa anche un’altra cosa. Le fotografie, a un certo punto, sono diventate poche. Non perché non ci fosse nulla da fotografare. Il contrario. C’era troppo da vivere.
Una pentola. Un mestolo da riportare. Un goto de vin. Una persona che passa. Una battuta. Qualcuno che ha bisogno di una mano. E il telefonino resta in tasca.
Le fotografie poi sono arrivate dagli altri. Ed è quasi meglio così. Perché anche quelle immagini fanno parte della stessa giornata: non il lavoro di uno solo, ma tanti sguardi messi insieme.
Quello che resta
Alla fine Castelnuovo non ha inventato nulla. Ed è proprio questo il bello.
Ha messo in fila cose molto semplici. Quattro gruppi. Pentole grandi. Duecento persone. Volontariato. Amicizie. Un po’ di vino. Molto riso. La voglia di vincere. E la capacità di applaudire chi ha vinto.
Terre Narranti cerca anche questo. Non necessariamente le cose eccezionali. A volte basta accorgersi delle cose che, per chi le vive tutti i giorni, sembrano normali. E che normali non sono affatto.
Sono belle. E basta.

