
San Martino, una piazza e tante cucine
Dai bigoli con le sarde alle trippe, dal risotto al tastasal alle castagne: alla scoperta dei sapori della festa di Peschiera.
Leggi la storia →Dalle anguille raccontate da Plinio alle antiche peschiere, fino alla sfida per il futuro dei pesci del Garda.

Ci sono luoghi davanti ai quali passiamo decine di volte, convinti di conoscerli.
Poi un giorno ci fermiamo, magari perché stiamo cercando tutt'altra storia, e scopriamo che non avevamo visto quasi niente.
A me è successo ancora una volta a Peschiera del Garda.
Stavo cercando di raccontare San Martino, la festa, le tradizioni, quel Ponte dei Voltoni che ogni anno si riempie di luce e di persone. E mi sono ritrovato a pensare a chi, per secoli, sotto quei ponti ci ha lavorato.
Non a chi li fotografava.
A chi, da quelle acque, doveva tirare fuori qualcosa da mettere in tavola.
Perché oggi il Garda e il Mincio ci sembrano bellissimi. E lo sono. Ma per un pescatore di qualche secolo fa, probabilmente, la prima domanda al mattino non era se il lago fosse abbastanza bello da fotografare.
Era se ci sarebbe stato abbastanza pesce per vivere.
E questa differenza, a pensarci, cambia tutto.
La pesca da queste parti non è arrivata ieri. I ritrovamenti archeologici ci portano indietro fino all'età del Bronzo, quando le popolazioni che vivevano lungo le acque del Garda già pescavano.
Poi arrivarono i Romani.
Peschiera si chiamava Arilica, e Plinio il Vecchio raccontò nella sua Naturalis Historia delle anguille che si concentravano dove le acque del lago entravano nel Mincio.
Qualcuno aveva già capito come sfruttare quelle correnti per catturarle.
E qui mi viene da sorridere.
Noi oggi abbiamo strumenti capaci di dirci la profondità dell'acqua, la temperatura e perfino dove potrebbe esserci un pesce. Loro avevano gli occhi, le mani e un'esperienza costruita giorno dopo giorno.
Evidentemente funzionava.
Perché l'acqua, per chi la conosceva davvero, era una specie di libro aperto. Bisognava soltanto imparare a leggerlo.
Nel Medioevo Peschiera compare con il nome di Piscaria. Un nome che, già da solo, racconta qualcosa.
Nel 1145 una bolla di papa Eugenio III menzionava anche i diritti di pesca legati alla pieve e alle sue pertinenze.
E qui la storia diventa meno romantica di quanto potrebbe sembrare.
Perché pescare non significava soltanto avere una barca, una rete e conoscere il lago. Significava anche sapere chi aveva il diritto di utilizzare quelle acque.
Chi poteva pescare, dove poteva farlo, a chi spettavano i proventi.
L'acqua era una ricchezza. E come tutte le ricchezze, faceva gola.
Dietro le reti dei pescatori c'erano quindi anche regole, concessioni, interessi e, immagino, più di qualche discussione.
Ma soprattutto c'erano famiglie che da quel lavoro dipendevano.
Ed è a loro che continuo a pensare.
Una delle cose che mi ha colpito di più, durante questa ricerca, è stata la scoperta del Pescarezzo.
Si trovava proprio nei pressi del Ponte dei Voltoni ed era un'importante postazione fissa di pesca. Le strutture utilizzavano il movimento dell'acqua per indirizzare e catturare i pesci.
Oggi passiamo davanti ai Voltoni e cerchiamo l'angolo giusto per una fotografia. Io per primo.
Ma provate a immaginare quel posto quando il rumore dell'acqua si mescolava a quello degli attrezzi, delle barche, delle persone che lavoravano.
Non so come fosse una loro giornata, e non voglio inventarmela.
Però una cosa la sappiamo: dove noi oggi vediamo un monumento, per qualcuno c'era un mestiere.
Un mestiere che doveva dare da mangiare.
Una ricostruzione delle antiche peschiere è ancora osservabile. Vale la pena fermarsi a guardarla, magari senza avere subito il telefono in mano.
C'è un aspetto della pesca che spesso dimentichiamo.
Una volta catturato il pesce, il lavoro non era affatto finito. Bisognava conservarlo, trasportarlo, venderlo. E farlo in tempi in cui non bastava aprire una cella frigorifera e impostare la temperatura.
Alla fine dell'Ottocento, a Peschiera, lo stabilimento dei fratelli Lugo disponeva di vasche alimentate dal Mincio e di attrezzature per produrre ghiaccio.
Una soluzione che permetteva al pescato di raggiungere mercati anche lontani.
Mi piace soffermarmi su questo particolare perché racconta quanto lavoro ci fosse dietro qualcosa che oggi troviamo già pulito e pronto sul banco di una pescheria.
C'erano pescatori, trasportatori, commercianti, persone che lavoravano il pesce e altre che lo cucinavano.
Una piccola economia costruita intorno all'acqua.
E quando un mestiere dà da vivere a tante persone, la sua storia non può essere raccontata soltanto attraverso gli strumenti che utilizzava.
Bisogna cercare anche le mani.
A Peschiera, nella Caserma d'Artiglieria di Porta Verona, si trova il Museo della Pesca e delle Tradizioni Lacustri.
Un luogo che custodisce barche, reti, fotografie e oggetti legati alla vita sul lago, grazie anche all'impegno dell'associazione Amici del Gondolin.
Tra questi ci sono un'anguillara di fine Ottocento e una torbetta utilizzata per mantenere vivo il pescato.
Oggetti che raccontano un mondo.
Ma mentre leggevo di questi strumenti mi è venuta una domanda.
Chi erano le persone che li utilizzavano?
Chi costruiva quelle barche? Chi aggiustava le reti quando si rompevano? Chi sapeva riconoscere un cambiamento del tempo guardando soltanto il cielo o la superficie dell'acqua?
Perché un oggetto conservato è una cosa preziosa.
Ma se perdiamo il ricordo delle persone che lo hanno usato, rischiamo di conservarne soltanto metà della storia.
Ed è proprio l'altra metà che vorrei andare a cercare.


Il Garda continua a essere un luogo straordinario, ma non possiamo raccontarlo soltanto per quello che ci piace vedere.
Ci sono pesci che fanno parte della sua identità e che oggi hanno bisogno di essere protetti.
Penso al carpione, una specie che vive soltanto nel Garda, oppure all'alborella, che per tanto tempo ha fatto parte della vita e della cucina di queste sponde.
Quando una specie diminuisce, non perdiamo soltanto un pesce. Rischiamo di perdere un pezzo di ambiente, di lavoro, di conoscenze e anche di tradizioni.
Per questo i programmi di tutela, il ripristino degli habitat e gli interventi per favorire la riproduzione sono importanti.
Ma c'è un'altra cosa che mi interessa.
Il rapporto che oggi abbiamo con i pesci.
Perché non tutti quelli che vanno a pescare lo fanno per portare qualcosa a casa.
E qui entra in scena un amico.
Beppe Contesini.
Beppe lo conosco da una vita. È di Sabbioneta, dove abitava proprio davanti alla casa dei miei genitori. La sua famiglia ha il Bar Ristorante Ducale, di fronte a casa nostra.
Quando non è in giro a pescare, Beppe lo trovate in cucina, al ristorante.
Ma provate a farlo parlare di carpe.
Vi accorgerete presto che non è soltanto uno che sa maneggiare bene una canna da pesca.
È uno che cerca di capire l'acqua e quello che succede sotto la sua superficie.
Dove si fermano le carpe, dove cercano il cibo, come cambiano le loro abitudini con le stagioni, quali odori possono attirarle, perché certe esche funzionano in alcune condizioni e in altre no.
E poi le montature, le pasture, la preparazione di una sessione.
Dietro una carpa catturata ci possono essere giorni di osservazione, tentativi e pazienza.
Beppe ha pescato sui fiumi Po e Oglio e in altri ambienti, raccontando la sua passione anche attraverso collaborazioni con riviste specializzate.
Ma a me interessa soprattutto un'altra cosa.
La curiosità che è riuscito a trasmettere.
Beppe non ha mai pescato insieme a me e Gabriele.
Le nostre conversazioni avvenivano al Ducale, magari durante una delle tante chiacchierate. A volte bastava una sua osservazione, un consiglio, una di quelle piccole perle di esperienza che sembrano quasi dette per caso.
Poi io e Gabriele tornavamo a casa e cominciavamo a cercare.
Un filmato, un nodo da imparare, una montatura da provare, una pastura da preparare.
Una domanda ne faceva nascere un'altra.
E così, senza che Beppe ci accompagnasse mai sul lago, qualcosa di lui veniva con noi.
La voglia di capire.
Abbiamo passato giornate e anche notti a pescare, con una tenda, i lettini da campo e i segnalatori davanti all'acqua.
Aspettando quel bip capace di interrompere ore di silenzio.
La carpa aveva preso l'esca. Cominciava il combattimento, fino al guadino.
E poi le attenzioni necessarie per proteggerla: culle e materassini bagnati, slamatura delicata, anche direttamente in acqua quando possibile.
Perché nel carpfishing responsabile la carpa torna libera.
Sempre.
E sapete una cosa?
Ripensandoci, non ricordo il peso di tutte le carpe catturate. Ma ricordo molto bene il tempo passato con mio figlio.
Beppe, forse senza neppure saperlo, ci aveva aiutato a riempirlo di curiosità.
E questo è un regalo che non si misura in chili.
Di Beppe, però, voglio raccontare molto di più.
E per farlo devo tornare dove, in fondo, questa storia è cominciata per me: al Ducale.
Presto andrò a trovarlo per intervistarlo.
Magari davanti a un piatto di trippa, oppure a un buon bollito, con un bicchiere di Lambrusco.
Che a Sabbioneta, diciamolo, non è proprio un modo spiacevole di lavorare.
Voglio chiedergli delle sue pescate, dei luoghi che ha conosciuto, delle persone che ha incontrato e di tutto quello che ha imparato osservando le carpe.
Ma soprattutto voglio ascoltare la sua storia.
Quella che non si trova necessariamente nelle riviste o nelle fotografie.
Perché una cosa è conoscere una persona da tanti anni. Un'altra è sedersi davvero ad ascoltarla.
E io credo che Beppe abbia ancora parecchio da raccontare.

Intanto, però, il discorso sull'acqua e sui pesci non finisce qui.
Perché, accanto alle specie che dobbiamo proteggere, c'è anche il problema di quelle che sono arrivate da altri ambienti e che hanno cambiato gli equilibri del lago.
Penso al pesce siluro.
Un grande predatore non originario del Garda, la cui diffusione preoccupa per gli effetti sulle altre specie e sull'attività di pesca.

Non voglio attribuirgli tutte le difficoltà del lago. Sarebbe scorretto. Contano anche le condizioni ambientali, gli habitat e molti altri fattori.
Ma ignorare il problema sarebbe altrettanto sbagliato.
E qui una posizione la prendo.
Non possiamo celebrare con orgoglio la storia della pesca e poi disinteressarci del futuro dei pesci.
Non possiamo conservare le reti nei musei e dimenticare le condizioni che permettono ancora oggi a qualcuno di vivere pescando.
Proteggere le specie locali, intervenire sugli ambienti e contenere quelle invasive significa prendersi cura del lago e delle persone.
Non soltanto della sua immagine.
E a questo proposito voglio ringraziare Filippo Gavazzoni, vicesindaco di Peschiera del Garda, che tra le sue deleghe ha proprio quella alla Tutela del Lago.
Non perché sia sufficiente parlare di tutela per risolvere i problemi, ma perché è importante che qualcuno se ne occupi anche concretamente.
Nel maggio 2026, a Peschiera, è stato documentato un intervento per ricreare fondali ghiaiosi adatti alla riproduzione dell'alborella.
Non sappiamo ancora quali risultati porterà. E non voglio raccontarlo come un problema già risolto.
Ma mi sembra giusto riconoscere il lavoro di chi prova a restituire a questo piccolo pesce le condizioni per tornare a riprodursi.
Il mio grazie va a Filippo e a tutte le persone che, ciascuna con il proprio ruolo, lavorano per custodire questo patrimonio.
Perché il Garda non è soltanto quello che vediamo dalla riva.
È anche tutto ciò che vive sotto la sua superficie.
L'11 novembre, quando Peschiera si riempirà di gente per San Martino e i Voltoni si illumineranno, penserò anche a quello che ho scoperto.
Alle anguille di Plinio, alle peschiere medievali, ai diritti di pesca, alle barche e agli attrezzi conservati nel museo.
Ma soprattutto alle persone.
Quelle che hanno vissuto grazie a quest'acqua e quelle che cercano ancora oggi di mantenerne viva la ricchezza.
A me le feste piacciono. E non ho nessuna intenzione di rinunciare alla bellezza delle luci sul Mincio.
Però raccontare un territorio non significa soltanto mostrare quanto sia bello.
Significa chiedersi come ha vissuto, come vive oggi e che cosa stiamo facendo perché possa continuare a vivere.
La memoria non si difende soltanto conservando ciò che è stato.
Si difende anche prendendosi cura di ciò che resta.
Massimo