Il Borsello
Il borsello vero del viaggio: appunti, incontri, nomi, indirizzi e deviazioni.
Apri il Borsello →Ascoltiamo persone e territori. Poi lasciamo che ogni storia trovi la sua forma: pagina, voce, cucina, memoria.
Scopri Terre Narranti →Non una vetrina di prodotti, ma un luogo da attraversare. Quattro porte per entrare: il Borsello, l’Armadio, la Stufa e la Musica.
Il borsello vero del viaggio: appunti, incontri, nomi, indirizzi e deviazioni.
Apri il Borsello →
Cento cassetti per libri, fotografie, voci, oggetti, musica e tracce dei viaggi.
Apri l’Armadio →
Una cucina accesa, una tavola e una storia che diventa incontro.
Accendi la Stufa →
La copertina vera del disco. Quattro brani nati dal viaggio del Maiale.
Apri il disco →
A Moniga il Garda è davanti agli occhi, ma la Valtenesi comincia appena dietro: colline, vigne, ulivi e paesi dove il lago cambia ritmo.
Apri la storia →
Isola della Scala non è soltanto la patria di un risotto: è uno dei luoghi in cui si vede con chiarezza come acqua di risorgiva, varietà, lavoro agricolo e trasformazione costruiscano il riso molto prima della cucina.
Apri la storia →
Corte e campagna hanno vissuto nello stesso territorio, scambiandosi lavoro, cibo, saperi e disuguaglianze.
Apri la storia →
Una tarta de queso incontrata a Teguise, inseguita fino a San Sebastián e poi portata a una festa.
Apri la storia →Segnalaci una persona, un mestiere, una famiglia, una cucina o un luogo. Prima viene l’incontro. Poi, se c’è una storia, nasce il racconto.
Entra nel viaggioParte con Massimo. E spesso torna pieno di storie che prima non conosceva.
Un taccuino, il telefono, una penna, qualcosa per registrare una voce. Il Borsello non contiene la storia: serve a trovarla.
Frasi, nomi, indirizzi e dettagli che non devono andare persi.
Registrare una persona com’è davvero, con pause, inflessioni e silenzi.
Foto, mappe, messaggi, contatti e deviazioni dell’ultimo minuto.
Occupa poco spazio. È la cosa che serve di più.
Non serve che sia famosa. Serve che sia vera. Raccontala come la racconteresti davanti a un caffè.
Comunicati, fotografie in alta risoluzione, schede del libro, estratti, musica, bio, press kit e contatti stampa sono raccolti qui.
ENTRA NELLA SALA STAMPA →Area dedicata alla stampa e ai materiali professionali di Terre Narranti.
Materiali per giornalisti, redazioni, radio, autori e professionisti della comunicazione.

Ritratto pronto per articoli, interviste e materiali stampa.

Una fotografia di strada che racconta il progetto insieme alle persone.

Copertina ufficiale di Maiale, miseria e nobiltà, già pronta da scaricare.

La copertina vera di Le origini, utile per raccontare il lato musicale.
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Vedere, capire, scaricare, pubblicare. Qui una redazione trova il progetto, il libro, l’autore, la musica, i testi pronti, gli estratti autorizzati, le immagini e le condizioni d’uso.
Maiale, miseria e nobiltà: Le origini inaugura un progetto narrativo indipendente che entra nei territori attraverso le persone, il viaggio e l’ascolto. Il punto di partenza è il maiale, ma il centro sono famiglie, lavoro, memoria, trasformazioni, incontri e contraddizioni.
Le persone prima dei prodotti. L’ascolto prima del racconto.
Per una testata significa poter raccontare non soltanto l’uscita di un titolo, ma la nascita pubblica di un metodo che mette insieme editoria, fotografia, musica, incontri e territori senza trasformarli in cartoline promozionali.

Storie · Persone · Territori
Un viaggio tra persone, famiglie e territori in cui il maiale è la porta, non il protagonista. Il libro usa memoria, lavoro, trasformazioni e tavola per entrare nelle vite senza nostalgia obbligatoria e senza santini.
Le schede raccolgono versioni brevi e lunghe, dati essenziali, formule pronte, domande per interviste e materiali collegati.
Definizioni pronte, manifesto operativo, metodo in sette passaggi e linguaggi del progetto.
Bio lampo, breve, media e completa, più domande già pronte per stampa, radio, podcast e TV.
Sinossi in tre lunghezze, dati editoriali, angoli possibili e frasi chiave.
Quattro tracce, crediti, chiavi d’ascolto e tagli ideali per radio, podcast, online e cultura.
Possono essere pubblicati integralmente, accorciati o rielaborati. Quattro tagli diversi sullo stesso progetto.
Il prodotto come soglia, le persone come centro. Niente santini e niente nostalgia obbligatoria.
La pagina racconta, la musica suggerisce: due porte autonome dentro lo stesso viaggio.
Non casa editrice, non blog gastronomico, non promozione territoriale: un metodo narrativo indipendente.
Riso, radici, vino e rugby come nuove porte verso un atlante umano in costruzione.
Quattro tracce nate dallo stesso viaggio del libro. Non una colonna sonora promozionale: una restituzione parallela di atmosfere, memoria, lavoro e passaggi emotivi.
Progetto musicale disponibile: i quattro brani sono ascoltabili dai collegamenti presenti nella Sala Stampa.
Le immagini non devono fare da decorazione: devono aiutare a capire perché una storia appartiene a Terre Narranti.







Un chicco seguito oltre il campo: riserie, cucine, famiglie, territori e persone. Non una classifica del riso migliore, ma le differenze che ogni luogo gli lascia addosso.



Famiglie, territori, vigne, cantine, olivi, cucina e memoria: ciò che si eredita, ciò che cambia e ciò che merita di essere consegnato senza diventare una reliquia.
Rugby, appartenenze, città, padri e figli, spogliatoi e terzo tempo. Qui lo sport è una porta: le persone si capiscono spesso meglio quando la partita è finita e ci si siede insieme.
Nessuna immagine estranea viene forzata qui: il materiale visuale del rugby entrerà quando sarà realmente parte del viaggio.
La selezione press privilegia volti, gesti, relazioni e contesto. I file sotto sono gli asset ad alta risoluzione già verificati nel Media Manager Wix.

Massimo Manfredi durante il viaggio narrativo di Terre Narranti tra luoghi, persone e saperi legati al maiale.
Credito: © Terre Narranti — elaborazione visiva digitale
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Massimo Manfredi e Marcella Ferrarini in viaggio: una delle immagini che raccontano il movimento continuo di Terre Narranti tra territori e incontri.
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Massimo Manfredi in un ambiente di stagionatura: il prodotto come porta d’ingresso verso le persone e il loro sapere.
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Massimo Manfredi durante il lavoro sul progetto musicale nato da “Maiale, miseria e nobiltà”.
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Massimo Manfredi a tavola: il viaggio di Terre Narranti passa anche dai luoghi in cui storie, persone e territori si incontrano.
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Versione in bianco e nero dell’immagine stampa di Massimo Manfredi tra i culatelli.
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Versione in bianco e nero dell’immagine stampa di Massimo Manfredi e Marcella Ferrarini in viaggio.
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Copertina ufficiale di Maiale, miseria e nobiltà: Le origini.
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Quarta ufficiale del libro Maiale, miseria e nobiltà: Le origini.
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Copertina ufficiale del progetto musicale in quattro tracce.
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Quarta/retro ufficiale del progetto musicale.
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Scarica HI-RESPacchetto unico con i materiali della Sala Stampa.
Solo consultazione redazionale. Non autorizza redistribuzione o pubblicazione integrale.
Otto passaggi selezionati, già attribuiti, utilizzabili in articoli, recensioni, interviste e presentazioni.
Regole per testi, libro digitale, musica, citazioni, fotografie, logo, ritagli e condivisione interna.
Testi e schede.
Utilizzabili per finalità giornalistiche, editoriali, recensioni, interviste e presentazioni del progetto.
Libro digitale.
È una copia di consultazione redazionale: non può essere pubblicata o inoltrata integralmente.
Musica.
Ascolto editoriale e brevi estratti nei servizi dedicati; niente re-upload o diffusione integrale senza autorizzazione separata.
Immagini.
Ritaglio e ridimensionamento sono ammessi se non alterano il senso e se viene rispettato il credito indicato.
Controllo incrociato con il pacchetto sorgente definitivo: 38 file totali. Il pacchetto contiene 22 documenti PDF/DOCX, il libro digitale completo, 7 foto HI-RES, 4 copertine/retro, il logo ufficiale e 3 file di servizio/didascalie. I collegamenti qui sotto puntano agli asset Wix verificati; i file di servizio restano inclusi nel ZIP completo.
Ci sono storie che sulla pagina funzionano. E poi ce ne sono altre che hanno bisogno di un fuoco acceso, di qualche sedia tirata vicino e di persone che restino un po’ di più.
La Stufa è il punto in cui Terre Narranti esce dalla pagina e si mette a vivere davvero. Si sente il rumore di un coltello sul tagliere, una pentola che comincia a sobbollire, qualcuno che versa un bicchiere e un altro che, quasi senza accorgersene, comincia a raccontare.
A volte entro in una casa e cucino per poche persone. A volte La Stufa parte e arriva in una cantina, in un’osteria, da un produttore, in un’associazione o dentro un evento. Altre volte il fuoco serve solo a scaldare l’atmosfera: ci sediamo, parliamo, ascoltiamo e lasciamo che le storie facciano il resto.
Non mi interessa portare uno spettacolo già pronto. Mi interessa che, quando la serata finisce, qualcuno abbia mangiato qualcosa di buono, conosciuto una persona, ascoltato una storia e pensato: questa sera non poteva succedere da nessun’altra parte.
Il fuoco si accende davvero. Si taglia, si assaggia, si sbaglia una misura e la si rimette a posto. La cucina resta cucina: viva, concreta, con i suoi tempi e i suoi profumi.
Qualcuno arriva per mangiare e finisce per raccontare. Qualcun altro ascolta e riconosce un pezzo della propria storia. Il fogolàr comincia esattamente lì.

Arrivo nella vostra cucina, apro la spesa, cerco il mestolo giusto e cominciamo da lì. Poche persone, la vostra tavola e una cena che deve sapere di casa, non di servizio.

Una cantina, una riseria, un’osteria, un cortile, un club, una festa. La Stufa arriva, guarda cosa c’è già e costruisce una serata che potrebbe nascere soltanto in quel luogo.

Sedie vicine, poca distanza e nessuna lezione da impartire. Una persona comincia a raccontare, un’altra si riconosce, un’altra ancora aggiunge un ricordo. E il Filòs prende vita.
Una sera, poche persone e la vostra casa che per qualche ora cambia ritmo. Io cucino, voi state a tavola, ma la cosa più bella è che a un certo punto non si capisce più bene chi sta ospitando chi.
Mi piace arrivare quando la casa è ancora quella di tutti i giorni: il tavolo da preparare, i bicchieri da scegliere, qualcuno che chiede dove può dare una mano.
Poi cominciano i profumi. Il burro che prende calore, una cipolla che cambia odore, il brodo, una teglia che esce dal forno. La cucina diventa il punto in cui ci si affaccia, si assaggia, si fa una domanda. Io cucino, ma non voglio sparire dietro una porta.
Il menù nasce prima, parlando. Posso proporre carne, pesce, vegetariano o vegano, ma soprattutto cerco un filo: un ricordo, un territorio, una stagione, qualcosa che abbia senso per quella tavola. Allergie e intolleranze vengono chiarite con attenzione, prima di accendere il primo fuoco.
Uso la vostra cucina, le vostre pentole quando vanno bene, i vostri piatti e i vostri bicchieri. Perché il bello non è fingere di essere altrove. È farvi guardare casa vostra e pensare che, per una sera, lì dentro sia successo qualcosa di speciale.
La prima domanda non è “che menù vuoi?”. È: chi ci sarà, perché vi trovate e che cosa vorreste ricordare il giorno dopo. Il cibo viene dopo. Ed è proprio per questo che, quando arriva a tavola, ha già una storia.
Raccontami chi vorresti mettere intorno al tavolo e che serata hai in testa. Poi ci sentiamo e cominciamo a costruirla davvero.
La Stufa può partire. Ma non porta con sé una formula da montare uguale ovunque: arriva, ascolta il luogo e prova a far emergere quello che lì esiste già e merita di essere vissuto insieme.
Un bar non è una cantina. Una cantina non è una riseria. Una festa di paese non è un ristorante. Ed è proprio questa la parte interessante.
Quando arrivo voglio capire chi c’è dietro quel luogo, che cosa produce, che cosa custodisce, quale storia racconta senza magari accorgersene. Da lì possiamo cucinare dal vivo, mettere un produttore al centro della serata, legare un piatto a un territorio, presentare un libro senza trasformarlo in una conferenza o costruire una tappa di Terre Narranti che esiste una volta sola.
Non vengo a fare animazione e non porto una scenografia da appoggiare in un angolo. Se c’è una botte, una pila da riso, un cortile, una cucina, un vecchio attrezzo o una persona che ha qualcosa da dire, voglio che siano loro a dare forma alla serata. Io porto il fuoco, la cucina e il racconto. Il luogo porta tutto il resto.
Dimmi che luogo è, chi lo vive e che cosa vorresti far succedere. Se c’è una storia vera da accendere, la forma la troviamo insieme.
Si parte da una voce. Poi qualcuno si riconosce, aggiunge un ricordo, fa una domanda. A un certo punto la storia non appartiene più soltanto a chi aveva cominciato a raccontarla.
Una sedia tira l’altra. Qualcuno arriva pensando di ascoltare e finisce per raccontare. Qualcun altro sente una parola e si ricorda di una persona, di un lavoro, di un paese, di una cucina.
È questo che mi interessa del Filòs. Non una sequenza di interventi, non un pubblico messo in fila davanti a chi “sa”. Una conversazione vera, con abbastanza spazio perché la storia possa cambiare direzione.
Può nascere attorno a un libro, a un viaggio, a un territorio, a un mestiere, a una memoria di famiglia o a un produttore. Possiamo essere in una stanza, in una corte, in una cantina o sotto un portico. Se il luogo permette alle persone di sentirsi abbastanza vicine da parlare, il Filòs può cominciare.
Nel Mantovano indicava il ritrovarsi la sera: d’estate fuori o nelle corti, d’inverno nelle case e, un tempo, anche nelle stalle. Si parlava della giornata, del lavoro, si raccontavano storie, leggende e ricordi. A Sabbioneta Tarcisio Tizzi raccolse questa cultura popolare nella collana I Filòs, avviata nel 1982.
Non voglio ricostruire una veglia di una volta come fosse una scenografia. Voglio riprendere quella necessità semplice: dopo il lavoro, qualcuno resta ancora un po’. Si mette vicino agli altri. E parla.
Dimmi il tema, il luogo e chi dovrebbe esserci. Se c’è qualcosa che vale la pena ascoltare insieme, costruiamo il Filòs attorno a quello.
Ogni viaggio lascia qualcosa. L’Armadio è il posto dove lo conserviamo.
I libri occupano cassetti doppi: un viaggio intero ha bisogno di spazio. Anche la musica ha il suo grande cassetto, che si apre e mostra i dischi.
Il vero Armadio di Terre Narranti. Sotto trovi la sua versione interattiva.
Qui la musica non accompagna il sito: si sceglie e si ascolta quando si apre il cassetto.
Quattro brani nati dal primo viaggio di Terre Narranti. Il libro racconta; la musica apre un’altra strada.
Due cassetti sono rimasti vuoti. Non sono spazi da riempire per forza: aspettano la prossima storia. Aprendoli puoi indicarci una persona, un luogo o una traccia da incontrare.
Non una galleria ordinata. Un muro vivo, fatto di immagini vere, copertine, materiali di stampa, scene di viaggio e ricostruzioni verosimili legate ai territori di Terre Narranti.
Una fotografia reale resta una fotografia. Un’immagine creata per il sito viene dichiarata come tale. Copertine, loghi e materiali grafici stanno invece nel cassetto Oggetti e carte.
Ogni fotografia dovrebbe avere un motivo per stare qui: chi c’è, dove siamo, cosa racconta. Non arredamento: tracce.
Questo spazio può crescere nel tempo con nuove immagini, copertine, paesaggi, materiali di viaggio e fotografie per i libri.
Le immagini narrative possono stare qui, ma devono essere riconoscibili come immagini create. Le fotografie reali, invece, vengono descritte come fotografie e collegate al loro contesto.
Qui non si raccolgono slogan. Si raccolgono parole, toni, ricordi, esitazioni, modi di dire, frasi che valgono perché arrivano da qualcuno e da un luogo.
Per rendere questo cassetto più completo, qui entrano anche immagini che aiutano a capire il contesto umano da cui nascono le parole raccolte.



Prima del prodotto c’è una persona. Prima della pagina c’è l’ascolto. Prima del racconto c’è il tempo necessario per capire chi hai davanti.
Un Filòs non è un convegno. È un momento in cui si parla davvero: qualcuno racconta, altri ascoltano, e una storia comincia a prendere forma.
Le storie arrivano spesso da un invito, da una segnalazione, da una telefonata o da una tavola apparecchiata. Il viaggio nasce così, non da un piano astratto.
Ogni voce raccolta può restare fuori dal libro, entrare nel libro, diventare articolo, incontro, musica o semplicemente lasciare una traccia nell’Armadio.
Qui non riempiamo un cassetto per fare scena. Entrano soltanto materiali che esistono davvero, oppure tracce che hanno già avuto una funzione nel viaggio di Terre Narranti.
Un libro pubblicato, un progetto musicale già uscito e un’immagine dichiaratamente simbolica dell’Armadio che li tiene vicini. I materiali reali entrano qui soltanto quando esistono davvero.



Il volume e le sue copertine sono parte dell’archivio reale di Terre Narranti. Qui il libro non viene usato come decorazione: è una porta da cui il viaggio continua.
Quattro brani, copertina e quarta del progetto musicale. Finché non esiste un oggetto fisico definitivo, qui non lo fingiamo: raccontiamo ciò che è già pubblicato e verificabile.
Libro completo, estratti, pezzi pronti, fotografie e materiali stampa già organizzati nella Sala Stampa. Questa è la parte dell’Armadio che deve essere precisa prima di essere bella.
Le autorizzazioni fanno parte del lavoro dietro le storie. Restano nell’archivio operativo; sul sito pubblico ne raccontiamo la funzione senza esporre documenti o dati che non devono essere pubblici.
Taccuini, domande e note possono diventare materiali narrativi. Contatti, numeri e appunti privati invece restano privati: l’Armadio non è una vetrina di dati personali.
Programmi, inviti, pass o materiali di una serata entrano qui quando esistono davvero. Nessun oggetto viene inventato soltanto per riempire un cassetto.
Non percorsi turistici. Mappe di relazione: luoghi, strade, soste, territori e persone che tengono insieme i viaggi di Terre Narranti.
Per completare il cassetto Mappe, qui entrano anche immagini-segnale: non sostituiscono le mappe vere, ma aiutano già a leggere il tono e la direzione di ciascun viaggio.




Un asse che unisce memoria, allevamento, salumi, persone e territori del Nord Italia senza ridurre tutto al prodotto finale.
Dal chicco al territorio: risaie, cucine, famiglie, tecniche e memorie del riso raccontate con molte fermate e poche scorciatoie.
Un atlante di radici familiari e territoriali: Garda, pianura, corti, vigne, cucine e paesaggi che portano memoria.
Campo, terzo tempo, storie di rugby e persone. Una mappa fatta di club, città, tavole e relazioni.
Un viaggio tra famiglie, lavoro, memoria e territori, entrando dalla porta del maiale per incontrare soprattutto le persone.
Il volume è concluso. Il viaggio continua.
“Maiale, miseria e nobiltà — Le origini” è un libro completo: ha un inizio, una strada e una conclusione. Non chiede al lettore di aspettare un seguito per trovare il proprio senso.
Ma le persone incontrate, le parole ascoltate e i territori attraversati non finiscono quando si chiude l’ultima pagina. Da quel volume continuano a nascere nuove voci, fotografie, appunti, musica e direzioni di viaggio.
Terre Narranti non pubblica libri incompiuti. Pubblica libri completi che continuano a viaggiare.
Un libro completo non è necessariamente un viaggio concluso.
Il titolo contiene due estremi. In mezzo, però, ci sono sempre le persone.
Non la cartolina della povertà e nemmeno la nostalgia obbligatoria. Miseria è necessità, ingegno, fatica, riuso, fame e capacità di non buttare nulla. È il punto da cui molte storie sono partite.
Famiglie, allevatori, norcini, produttori, osti, cuochi e custodi di memorie. Prima del prodotto viene chi lo ha attraversato con il proprio lavoro e la propria vita.
Non soltanto tavole ricche o famiglie illustri. Nobiltà è anche dignità del mestiere, cura, attesa, trasmissione del sapere e capacità di trasformare una necessità in cultura.
Il maiale apre la porta. Le persone danno senso al viaggio.
Dopo “Le origini”, il percorso torna sul campo. Alcune direzioni sono già emerse dagli incontri; altre nasceranno strada facendo. I territori qui indicati non sono tutti volumi annunciati: sono piste reali da ascoltare, verificare e attraversare.
Corti, famiglie, norcini, lavoro contadino e memoria gonzaghesca: un territorio in cui miseria e nobiltà hanno spesso abitato a poca distanza.
Il Torrazzo, la campagna, le tavole e i saperi di trasformazione. Una direzione che cerca le relazioni tra città, cascine e memoria familiare.
Nebbia, attesa, cantine, grandi nomi e piccoli gesti. Qui il tempo non è uno sfondo: è uno degli ingredienti del racconto.
La Bassa, le cascine, l’allevamento e le trasformazioni del lavoro. Un territorio da attraversare senza fermarsi all’immagine più conosciuta.
Campagna, vino, tavola e mestieri si incontrano lungo strade che dal Garda entrano nella provincia e nelle sue contraddizioni.
Nel libro entra ciò che serve alla sua narrazione. Fuori dal libro restano voci, scene, ricette, fotografie, incontri e deviazioni che possiedono una vita propria.
Qui non raccogliamo avanzi né anticipiamo il cuore dei volumi futuri. Pubblichiamo storie autonome che allargano il paesaggio del viaggio senza impoverire quello che appartiene al libro.
A volte basta una soglia, un cortile e una presenza per capire che una storia è già cominciata. Il difficile è entrare senza rovinarla.
LEGGI LA VOCE →
Prima del prodotto c’è una persona. Prima della ricetta ci sono mani, lavoro e memoria. Il viaggio comincia da lì.
LEGGI LA VOCE →
Il libro non nasce per chiudere una storia. Nasce per aprirla.
LEGGI LA VOCE →
Dal primo viaggio sono nati anche quattro brani originali. Non sono un riassunto del libro, un gadget o una colonna sonora illustrativa. Sono un secondo linguaggio: il libro racconta, la musica suggerisce; le parole aprono una strada, il suono ne lascia affiorare un’altra.
EP “Le origini” · Terre Narranti · 4 brani
Il principio da cui parte Terre Narranti: incontrare qualcuno prima di raccontare qualcosa.
Il rito, il lavoro, la famiglia e quella giornata in cui nulla poteva essere sprecato.
I due estremi del titolo si guardano e scoprono di appartenere alla stessa storia.
La frase del viaggio aperto: partire verso una direzione senza fingere di conoscere già tutto ciò che accadrà.
Conosci una persona, una famiglia, un mestiere o una storia che dovrebbe essere ascoltata? Puoi indicarci una strada.
Prima viene l’incontro; poi, se esiste una storia, nasce il racconto.
ENTRA NEL VIAGGIONon un elenco di articoli. Un archivio vivo di persone, luoghi, incontri e deviazioni.
Tre regioni, oliveti, limonaie, vigneti e paesi che cambiano ritmo con le stagioni. Le radici stanno nella convivenza tra economia, paesaggio e vita quotidiana.
Leggi la storia
Dal fango dei campi di base al rugby internazionale: cambiano strutture, velocità e pubblico, ma il gioco continua a vivere nei club e nelle persone che li tengono aperti.
Apri la storia →
Una ragazza entra in campo, prende una palla ovale e chiede soltanto di giocare. Il resto si misura negli spazi, nei percorsi e nella memoria che un club sa costruire anche con lei.
Apri la storia →
Una palla troppo grande, un campo enorme, genitori a bordo linea. Poi il corpo cambia e arriva la prima squadra: in mezzo c’è tutto ciò che un club decide di insegnare.
Apri la storia →
Quando l’arbitro fischia la fine, per qualcuno il lavoro continua: tavoli, pentole, pulizie, accoglienza. Il terzo tempo esiste perché c’è chi lo rende possibile.
Apri la storia →
A Castel d’Ario la parola “pilota” unisce un mestiere del riso e la memoria di Nuvolari: campagna, tecnica e velocità nello stesso orizzonte.
Apri la storia →
La Reggia racconta una storia; la Bassa, gli argini e il Po ne raccontano un’altra.
Apri la storia →
A Peschiera il Garda entra nella fortezza e riparte come Mincio: mura, canali, ponti e acqua tengono insieme il lago e la pianura.
Apri la storia →
A Moniga il Garda è davanti agli occhi, ma la Valtenesi comincia appena dietro: colline, vigne, ulivi e paesi dove il lago cambia ritmo.
Apri la storia →
Tra Vercellese, Novarese e Baraggia il riso vive anche nei gesti della raccolta: mani, falciatura e piccoli covoni sotto l’orizzonte alpino.
Apri la storia →
A Isola della Scala il riso parla di acqua, lavoro e memoria condivisa: il chicco nasce nei campi ma continua a vivere nei gesti di una comunità.
Apri la storia →
Corte e campagna hanno vissuto nello stesso territorio, scambiandosi lavoro, cibo, saperi e disuguaglianze.
Apri la storia →
Tra canali, cascine e macchine di campagna, la Lomellina mostra come l’acqua abbia costruito non solo un paesaggio, ma anche un mestiere.
Apri la storia →
A volte basta una soglia, un cortile e una presenza per capire che una storia è già cominciata. Il difficile è entrare senza rovinarla.
Apri la storia →
Prima del prodotto c’è una persona. Prima della ricetta ci sono mani, lavoro e memoria. Il viaggio comincia da lì.
Apri la storia →
Il libro non nasce per chiudere una storia. Nasce per aprirla.
Apri la storia →
Una tarta de queso incontrata a Teguise, inseguita fino a San Sebastián e poi portata a una festa.
Apri la storia →
Due tradizioni popolari e due modi diversi di conservare il pesce, messi sulla stessa tavola senza inventare parentele.
Apri la storia →
A Lanzarote sembrano semplici patate. Non lo sono.
Apri la storia →
Ci sono cose che incontri in viaggio e lasci dove le hai trovate. Altre finiscono nel borsello.
Apri la storia →Un nome, un luogo o una frase possono bastare per aprire una strada.
Mettila nel Borsello
Dove va il riso è ancora in lavorazione. Se vivi, lavori o custodisci una storia tra Isola della Scala, Castel d’Ario, la Lomellina o il Piemonte risicolo, e pensi che le nostre strade possano incrociarsi, contattaci.
Prima ci conosciamo. Poi ascoltiamo. E chissà dove ci porterà il viaggio.
Non serve presentare un progetto. Raccontaci semplicemente che cosa conosci e perché pensi che valga la pena fermarsi ad ascoltare.
Partiamo dal campo e seguiamo il riso mentre cambia luogo, mani e significato. Prima c’è l’acqua, la terra, il tempo necessario perché un chicco possa nascere. Poi arrivano il lavoro, le riserie, i paesi, le cucine e le persone che hanno imparato a riconoscerlo.
Non cerchiamo una classifica dei risi migliori e nemmeno una collezione di ricette. Ci interessa capire che cosa succede attorno a quel chicco quando attraversa un territorio.
A pochi chilometri di distanza possono cambiare l’acqua, le varietà, i gesti, le parole e perfino il modo in cui una comunità decide di metterlo a tavola. Più avanti cambieranno ancora le regioni, le cucine e forse anche il nostro modo di guardarlo.
Il riso ci dà una direzione. Le persone ci diranno dove fermarci.
Nel campo incontra acqua, terra, stagioni e il lavoro di chi continua a coltivarlo.
Nella riseria cambia forma e comincia a diventare ciò che riconosciamo come riso, attraversando mestieri e saperi che spesso rimangono fuori dal nostro sguardo.
Poi arrivano le regioni d’Italia. Lo stesso ingrediente entra in territori diversi e incontra lingue, abitudini, memorie e modi di cucinare che possono cambiare anche in pochi chilometri.
Nelle cucine il viaggio continua. Il riso diventa piatto, gesto quotidiano, festa, cucina di casa o lavoro professionale. E ogni volta qualcuno gli assegna un significato nuovo.
Infine c’è il mondo. Perché il riso non appartiene soltanto all’Italia e il viaggio, prima o poi, dovrà guardare oltre i nostri confini.
Ogni volta che il riso cambia luogo, cambia anche storia.
Ed è lì che Terre Narranti prova a fermarsi ad ascoltare.
Quattro direzioni già aperte. Non raccontano il libro: mostrano alcuni territori che abbiamo cominciato ad attraversare.
Isola della Scala non è soltanto la patria di un risotto: è uno dei luoghi in cui si vede con chiarezza come acqua di risorgiva, varietà, lavoro agricolo e trasformazione costruiscano il riso molto prima della cucina.
ISOLA DELLA SCALA
A Castel d’Ario la parola “pilota” unisce un mestiere del riso e la memoria di Nuvolari: campagna, tecnica e velocità nello stesso orizzonte.
CASTEL D’ARIO
Tra canali, cascine e macchine di campagna, la Lomellina mostra come l’acqua abbia costruito non solo un paesaggio, ma anche un mestiere.
LOMELLINA
Tra Vercellese, Novarese e Baraggia il riso vive anche nei gesti della raccolta: mani, falciatura e piccoli covoni sotto l’orizzonte alpino.
PIEMONTE RISICOLONon cerchiamo il passato da mettere sotto vetro. Cerchiamo quello che, nonostante tutto, continua a vivere nelle persone, nei luoghi e nelle cucine.
È una parola bellissima, ma basta poco per svuotarla. Può diventare una fotografia color seppia, una ricetta dichiarata “antica”, una festa costruita per i visitatori o un prodotto a cui basta aggiungere la parola tradizione.
Per Terre Narranti le radici sono un’altra cosa. Sono ciò che rimane vivo quando nessuno sta recitando. Un piatto che continua a comparire a casa. Un olivo curato perché qualcuno vuole ancora raccoglierlo. Un mestiere che cambia strumenti ma conserva un sapere. Una parola dialettale usata senza sapere di stare facendo cultura. Una memoria che passa da una persona all’altra prima di diventare documento.
Per questo il viaggio non parte chiedendo «qual è la tradizione più famosa?». Parte chiedendo: che cosa continua ad avere senso qui, oggi?
Le radici non sono il contrario del cambiamento. Sono il punto da cui capiamo che cosa stiamo cambiando.
Le radici non sono una mappa da completare. Sono posti che, per ragioni diverse, continuano a tornare. Luoghi della famiglia, dell’infanzia, delle estati, dei ritorni. Da qui parte il viaggio.
La radice dell’infanzia. Una terra di famiglia, memoria e pianura, dove la storia grande e quella quotidiana continuano a vivere una accanto all’altra.
La radice familiare. Un’altra parte della pianura, attraversata dal fiume, dal lavoro e da storie che arrivano da prima di noi.
La radice delle estati e dei ritorni. Luoghi conosciuti nel tempo, che cambiano insieme alle persone e continuano a custodire memoria.
La radice del presente. Il lago vissuto ogni giorno, tra paesi, turismo, olivi, vigne e stagioni che cambiano il volto della stessa riva. Un territorio vicino, proprio per questo da guardare senza cartoline.
Non vogliamo dimostrare che questi luoghi siano rimasti uguali. Vogliamo capire che cosa è rimasto dentro di noi mentre loro cambiavano.
Un territorio può avere monumenti, disciplinari, feste e prodotti riconoscibili. Ma una radice resta viva soltanto se qualcuno continua a portarla con sé, magari senza chiamarla nemmeno tradizione.
Chi lavora la terra conosce tempi, cambiamenti e limiti che spesso restano invisibili a chi vede soltanto il prodotto finale.
Ci interessa fermarci prima del raccolto: capire cosa si guarda, cosa si aspetta, cosa si teme e quali gesti sono cambiati senza perdere il loro senso.
Una tavola può custodire una memoria senza diventare un museo. Ci interessa capire ciò che continua a vivere nei gesti, nei piatti e nel modo di accogliere.
A volte una ricetta cambia ingredienti, dosi o pentola e resta comunque riconoscibile. È proprio in quei cambiamenti che vogliamo ascoltare la storia.
Tra la terra e la tavola ci sono mestieri, tecniche e scelte. Tradizione e innovazione hanno senso solo quando restano strumenti nelle mani delle persone.
Un frantoio, una cantina, un laboratorio o una cucina professionale raccontano molto più di un prodotto: raccontano il momento in cui un sapere deve decidere se cambiare o scomparire.
Fotografie, parole, ricette, oggetti e racconti familiari. A volte una radice sopravvive perché qualcuno continua semplicemente a ricordarla.
Non tutto ciò che conta è in un archivio. Una frase detta a tavola, un quaderno macchiato o una fotografia in un cassetto possono aprire una strada che nessuna ricerca aveva previsto.
Questo libro non può essere finito prima degli incontri. Possiamo studiare mappe, archivi, disciplinari, storia locale e paesaggio. Ma poi serve la parte che nessun documento può sostituire: una persona che ci dica «a casa mia si faceva così», «questa cosa non esiste più», «venite a vedere», oppure «state raccontando solo metà della storia».
Non cerchiamo candidature per entrare nel libro. Cerchiamo incroci. Un incontro può diventare una pagina, una fotografia, un contatto, una deviazione del viaggio oppure soltanto una conversazione importante. Va bene così.
La storia deve nascere dall’incontro. Non l’incontro dalla necessità di riempire una storia già scritta.
Può essere una persona, una cucina di casa, un frantoio, una cantina, un mestiere, una festa, un quaderno, una parola, una ricetta, un luogo o una memoria che rischia di sparire.
Quattro pezzi già pubblicati che non chiudono il progetto. Lo allargano.
Le immagini che accompagnano questi quattro articoli sono illustrazioni evocative: aiutano a entrare nei territori, ma non vengono presentate come fotografie documentarie.
A Moniga il Garda è davanti agli occhi, ma la Valtenesi comincia appena dietro: colline, vigne, ulivi e paesi dove il lago cambia ritmo.
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Corte e campagna hanno vissuto nello stesso territorio, scambiandosi lavoro, cibo, saperi e disuguaglianze.
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La Reggia racconta una storia; la Bassa, gli argini e il Po ne raccontano un’altra.
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A Peschiera il Garda entra nella fortezza e riparte come Mincio: mura, canali, ponti e acqua tengono insieme il lago e la pianura.
LEGGI L’ARTICOLO →Se alla fine del viaggio sapremo soltanto dire che una cosa è “tradizionale”, avremo capito poco. Vogliamo sapere chi la tiene viva, perché lo fa e cosa succede quando cambia.
Dal fango della Serie C alle luci del rugby internazionale, passando per chi apre il campo, accompagna una squadra, accende i fuochi e apparecchia il terzo tempo.
Il rugby è la porta. Per entrarci abbiamo scelto un pilone: il gigante buono che sta davanti, assorbe l’urto, apre spazio e protegge i compagni. In campo lo fa con il corpo. In questo viaggio lo farà con le storie.
Se vuoi capire il rugby, il pilone è un buon posto da cui cominciare. Non è l’uomo della giocata elegante. È quello che mette la testa dove gli altri esitano, regge il peso della mischia e permette a chi gli sta dietro di giocare.
Per noi diventa la chiave narrativa del viaggio: un gigante buono che ti fa entrare proteggendoti, come fa normalmente con i suoi compagni. Ti accompagna dal campo più semplice alla ribalta internazionale, senza saltare nessun gradino e senza dimenticare chi resta fuori dall’inquadratura.
Il pilone non apre la porta da solo. La tiene aperta perché possano passare anche gli altri.
Il viaggio segue il rugby mentre cambia scala. Salendo di categoria aumentano velocità, preparazione, strutture, pubblico e responsabilità. Ma vogliamo capire soprattutto cosa resta uguale.
Qui il rugby ha ancora il rumore delle chiavi che aprono il campo, delle righe tracciate al mattino e delle borse caricate sulle auto. Giocatori, famiglie e volontari spesso tengono insieme tutto.
Le trasferte si allungano, l’allenamento pesa di più, il club deve organizzarsi meglio. Il gioco cresce, ma dietro continuano a esserci persone che lavorano senza finire sul referto.
La richiesta tecnica sale ancora. Il confine tra passione e impegno strutturato diventa più sottile. Tempo, studio, lavoro e famiglia devono trovare posto intorno al rugby.
Arrivano strutture più professionali, staff più ampi, pubblico e pressione. Ma sotto quel livello c’è ancora la stessa piramide costruita dai club, dai vivai e da chi li tiene vivi ogni settimana.
Stadi, inni, televisioni, grandi competizioni. La scala è cambiata completamente. La domanda del viaggio resta la stessa: quanta parte del rugby delle origini riesce ancora ad arrivare fin qui?
Segna il campo. Apre gli spogliatoi. Porta l’acqua. Sistema le maglie. Guida il pulmino. Compra la spesa. Accende il fuoco. Prepara i tavoli. Resta a pulire quando gli altri sono già tornati a casa.
È il volontariato che non compare nel risultato ma senza il quale, molto spesso, il risultato non esisterebbe nemmeno. A tavola con un pilone vuole puntare il riflettore proprio lì.
Il terzo tempo è il punto in cui il viaggio cambia linguaggio. Prima ci si è placcati, spinti, contestati ogni metro. Poi ci si siede allo stesso tavolo. L’avversario non sparisce: resta, mangia con te, beve con te, racconta la partita da un’altra parte del campo.
Qui entrano la cucina, i volontari, le famiglie, le battute, le rivalità che si sciolgono e le amicizie che cominciano. Non è un’appendice folkloristica. È uno dei luoghi in cui il rugby spiega meglio se stesso.
Il gesto tecnico, il contatto, la crescita, la fatica. Qui il rugby si vede.
Spogliatoi, famiglie, dirigenti, allenatori e volontari. Qui il rugby si regge.
Una tavola, una cucina, l’avversario che resta. Qui il rugby continua a parlare.
Non chiudono il progetto: mostrano soltanto da dove abbiamo cominciato a guardarlo.
Dal fango dei campi di base al rugby internazionale: cambiano strutture, velocità e pubblico, ma il gioco continua a vivere nei club e nelle persone che li tengono aperti.
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Una ragazza entra in campo, prende una palla ovale e chiede soltanto di giocare. Il resto si misura negli spazi, nei percorsi e nella memoria che un club sa costruire anche con lei.
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Una palla troppo grande, un campo enorme, genitori a bordo linea. Poi il corpo cambia e arriva la prima squadra: in mezzo c’è tutto ciò che un club decide di insegnare.
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Quando l’arbitro fischia la fine, per qualcuno il lavoro continua: tavoli, pentole, pulizie, accoglienza. Il terzo tempo esiste perché c’è chi lo rende possibile.
LEGGI L’ARTICOLO →Se conosci un campo, una squadra, un volontario, una cucina, una giocatrice, un vecchio pilone o una storia che merita di essere ascoltata, portala nel Borsello.
APRI IL BORSELLO →Quattro brani nati dal viaggio di Maiale, miseria e nobiltà.
Non è il riassunto musicale del libro. È un secondo linguaggio: il libro racconta, la musica suggerisce; le parole aprono una strada, il suono ne lascia affiorare un’altra.
Progetto musicale: Max El Tiburón / Terre Narranti.
Le origini nasce dallo stesso viaggio che ha portato a Maiale, miseria e nobiltà. A un certo punto alcune parole hanno smesso di stare ferme sulla pagina: tornavano negli incontri, nelle immagini, nei ricordi e nel modo in cui il viaggio continuava anche dopo la scrittura.
Da lì sono nati quattro brani. Non spiegano il libro e non lo trasformano in una colonna sonora. Prendono quattro nuclei del racconto — la persona prima del prodotto, il giorno del maiale, la distanza tra miseria e nobiltà, il “di là, poi vediamo” del viaggio aperto — e li fanno passare in un altro linguaggio.
È il primo passaggio musicale di Terre Narranti: la stessa storia cambia forma, ma continua a portarsi dietro persone, lavoro, memoria e strada. Il progetto musicale è firmato Max El Tiburón / Terre Narranti.
I quattro brani sono disponibili sulle piattaforme digitali. Da qui puoi ascoltarli oppure aprire la pagina di acquisto già collegata al progetto.
Storie, persone e territori. Prima di scegliere cosa raccontare, proviamo a capire perché vale la pena fermarsi.



Terre Narranti nasce da una convinzione semplice: prima di raccontare cosa viene fatto, vale la pena capire chi lo fa, dove vive, cosa ricorda, cosa ha cambiato e perché continua a farlo.
Un prodotto può farci fermare. Un piatto può incuriosirci. Una partita, una vigna, una risaia o una vecchia cucina possono essere l’inizio. Ma se dietro non troviamo una persona e una storia, per noi il viaggio non è ancora cominciato.
Parto per vedere cosa c’è davvero.
Una strada può cominciare da un salame, da un riso, da una vigna, da una squadra di rugby o da una cucina. Ma il prodotto è soltanto una porta. Dietro ci sono famiglie, mestieri, errori, orgoglio, fatica, memoria e territori che cambiano.
Per questo il viaggio non è scritto prima di partire. Si ascolta, si devia, si torna indietro, si incontra qualcuno che apre una strada che non avevamo previsto.
Non cerchiamo territori perfetti e non ci interessa costruire santini. Ci interessano anche le contraddizioni: quello che resiste, quello che si perde, quello che cambia e quello che qualcuno prova ancora a tenere in piedi.
Prima il volto, la voce e la storia. Il prodotto arriva dopo.
Non uno sfondo da cartolina, ma qualcosa che forma chi ci vive.
Prima capire. Poi, forse, raccontare.
Nessuno paga per essere raccontato. Il giudizio resta libero.
Una storia può diventare pagina, voce, fotografia, musica, cucina o incontro.
Non esiste un percorso rigido, ma quasi sempre succede qualcosa di simile.
Terre Narranti non vive in una sola pagina. Ha bisogno di luoghi riconoscibili, quasi domestici, che aiutino a capire cosa succede alle storie quando le incontriamo.

Appunti, nomi, fotografie, segnalazioni, piccoli oggetti e tracce che passano da un incontro al successivo. Non tutto diventa subito una storia.

Libri, viaggi, musica, articoli e materiali non vengono chiusi in compartimenti. Restano vicini perché una storia possa riaprire un’altra porta.

Cucinare, sedersi, ascoltare, raccontare dal vivo. Qui una storia esce dal libro e torna tra le persone, dove in fondo era cominciata.

Libri, articoli e racconti quando servono tempo e profondità.

Musica e registrazioni quando una storia ha bisogno di essere ascoltata.

Fotografie come tracce del viaggio, non come decorazione.

Quando il racconto viene cucinato, condiviso e vissuto insieme.
Un libro può generare un incontro. Un incontro può diventare musica. Una fotografia può riportarci in un luogo mesi dopo. Una persona può indicarci qualcun altro che non avevamo previsto.
Per questo Terre Narranti preferisce parlare di viaggi aperti. Il lavoro finito rimane nell’Armadio, ma le relazioni che ha creato possono continuare a muoversi.
La forma cambia. Il metodo no: persone prima dei prodotti, ascolto prima del racconto, indipendenza sempre.
Un incontro non garantisce un articolo e nessuno compra il racconto.
Non cerchiamo “il migliore”. Cerchiamo ciò che vale la pena capire.
La memoria conta, ma interessa anche ciò che cambia e ciò che ancora non sappiamo.
Se conosci una persona, un luogo, un mestiere o una memoria che dovremmo incontrare, puoi metterla nel Borsello.
Non serve avere qualcosa da vendere. Serve una persona, un luogo, una domanda o un incontro che meritino di essere ascoltati.

Può essere il nome di una persona, un paese che conosci bene, un mestiere che sta cambiando, una tavola, un campo, una cucina, un ricordo che rischia di perdersi. Non ci serve una presentazione perfetta: ci serve una buona ragione per venire a vedere.
Non promettiamo una pubblicazione e non chiediamo che la storia sia già pronta. Prima viene il contatto. Poi, se ha senso, l’incontro. Solo dopo decidiamo se esiste davvero qualcosa da raccontare e quale forma potrebbe avere.
Oppure metti direttamente una storia nel Borsello →
Conosci qualcuno che fa un lavoro, custodisce una memoria, porta avanti un sapere o semplicemente ha vissuto qualcosa che merita ascolto? Non deve essere famoso. Deve essere vero.
Mettila nel Borsello →
Un paese, una campagna, un quartiere, un lago, un argine. Non cerchiamo cartoline: cerchiamo i legami tra un luogo e le persone che lo abitano.
Raccontacelo →
Una cena narrante, una cucina dal vivo, un tavolo, una serata o un evento in cui il racconto possa succedere insieme alle persone, non davanti a loro.
Apri La Stufa →
Un progetto editoriale, culturale o territoriale da costruire senza formule prefabbricate. Prima capiamo se condividiamo il modo di lavorare; poi pensiamo alla forma.
Parliamone →Leggiamo chi ci hai indicato, dove si trova e perché secondo te dovremmo fermarci.
Se qualcosa ci incuriosisce, cerchiamo un primo contatto. Anche una telefonata può bastare per capire se la porta si apre.
Quando è possibile andiamo sul posto. Il viaggio serve proprio a questo: vedere, ascoltare e lasciare spazio a ciò che non avevamo previsto.
Solo dopo viene il racconto. Può essere un articolo, una fotografia, un libro, musica, una tavola o anche niente. Non tutto deve diventare contenuto.
A volte una segnalazione entra nel Borsello e resta lì per mesi. Poi incontra un’altra storia e riparte. Anche questo, per noi, fa parte del viaggio.
Raccontaci da dove partire. Bastano poche righe: chi, dove, che cosa ti ha colpito e perché pensi che dovremmo ascoltare. Il resto, se serve, lo capiremo insieme.
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